Vite di artisti

Pietro Annigoni, l’artista che amò tutto il suo tempo

Ci sono nomi nella storia e nell’arte che hanno lestamente compreso quanto sia effimera la strada della notorietà. Non importa quale sia stato il loro apporto al cambiamento di una generazione, di una società o di un pensiero, e come stelle comete, l’eco della loro esistenza si spense nel momento in cui li accolse la morte.  Molti artisti, oggi, restano celati dietro le fila di grandi nomi del passato o di brevi performance coeve colorate di rosso porpora, obliando che ci furono, in un tempo di mezzo, artisti come Pietro Annigoni, il pittore delle regine. Un artista e un uomo che rappresentò e amò  tutto il suo tempo senza distruggere ciò che era stato.

di Cristiana Zamboni

A volte capita di passeggiare per le esposizioni e ritrovarsi così sovrappensiero davanti a un’opera e senza un preciso motivo apparente, questa ti colpisce. La guardi e d’istinto cerchi il nome dell’autore.

L’opera si intitola La bella italiana dipinta nel 1951 da Pietro Annigoni, un artista raramente ricordato nel panorama italiano che oscilla fra passato, moderno e contemporaneo; eppure l’arte si cullava nelle sue mani e nelle sue pennellate, così abili da riuscire a trasportare l’osservatore nel suo profondo e immedesimarsi con i suoi occhi e col suo segno.

La bella italiana Pietro Annigoni 1951 http://wikiooimg.wikioo.org/

Opere che riportano alla mente una poesia di Emily Dickinson – Se dovessi morire -, i cui versi più salienti recitano così  – Se io dovessi morire.  E tu dovessi vivere, è dolce sapere che i titoli terranno. [..] Che il Commercio continuerà, e gli affari voleranno vivaci. Rende la partenza tranquilla e mantiene l’anima serena. Che gentiluomini così brillanti, dirigano la piacevole scena! – 

Con lui la critica iper-idealista,  il commercio artistico e la voglia di schiacciare il passato sono riuscite ad ottenere dopo la sua morte, quello che avevano cercato di fare inefficacemente mentre lui era in vita, posizionarlo ai margini dalla scena artistica.  

L’Italia concomitante di Annigoni vive un momento molto particolare, un clima fervido e fecondo di personalità influenti incammina il paese verso un cambiamento che toccherà notevolmente il modo di vedere e pensare l’arte mentre cresce la tendenza della critica a catalogare gli artisti per  avanguardie e correnti.

 

L’Italia artistica uscita dalla guerra soffriva di terribili complessi di colpa e d’inferiorità; complessi che, invece, pittori come De Chirico e Annigoni non avvertivano affatto, ritenendo piuttosto che l’istituzione di un sano rapporto con la grande tradizione potesse essere ancora la migliore forma di modernità.

Vittorio Sgarbi

 

Annigoni non concepiva l’arte astratta, non la classificava e non la riteneva nemmeno arte. Anzi, era convinto che nessun artista dovesse essere classificato in dogmi e tendenze. L’arte, per lui, era cosa nobile e sunto di quella libertà e fantasia utili al singolo  per rivelarsi al mondo e per scovare le sue risposte ai malesseri personali. Un individualista emozionale che comprendeva perfettamente l’unicità dei dolori di ognuno e la totale differenza nel elaborarli.

Comprendeva che la sfera emozionale dell’individuo era un universo unico ed irripetibile, per questo gli piaceva confrontarsi col pubblico, ascoltare le loro impressioni e le loro critiche per poi usarle a vantaggio delle nuove creazioni. Da buon comunicatore intuisce l’estrema importanza, da parte di un artista, dell’uso di un linguaggio facilmente recepibile da chi guarda, e la realtà, per lui, è il segno primitivo comprensibile universalmente.

Un personaggio davvero particolare e un pò anarchico nel suo modo di concepire la vita, ma attivo e partecipante al suo tempo. Teneva dei diari in cui annotava i suoi viaggi, le sue sensazioni, i suoi dubbi e le sue risposte al senso del mondo, schizzando tutto quello che lo colpiva, dall’essere umano all’architettura.

Non mi preoccupo d’appartenere ad un panorama artistico o ad un altro, mi preoccupo d’esser capito dal pubblico. E, soprattutto, d’esser me stesso nel mio tempo. Non voglio vivere nel passato.

Pietro Annigoni

Ritratto di Juanita Forbes Pietro Annigoni 1955 Collezione privata

In ogni palazzo e chiesa trovava lo spunto per un’analisi interiore e della società. I grattacieli americani erano sinonimi del capitalismo contemporaneo e le chiese europee erano la rappresentazione tangibile del dissipato rapporto con Dio. 

Parevano mormorare un triste addio a un mondo che non le capisce. Incorporee, pareva di trafiggerle con la macchina veloce fattasi tutt’uno con l’acuta fuga prospettica della strada: punta di un a spada assurda diretta a colpire proprio là dove, una volta, il cuore degli uomini si incontrava con il cuore di Dio.

P. Annigoni Diario, 5 luglio 1966

Pietro Annigoni nasce a Milano il 7 giugno del  1910 e a  quindici anni si trasferisce a Firenze con la famiglia.  Si iscrive al Collegio dei Padri Scolopi e nel 1927 inizia l’Accademia delle Belle Arti, specializzandosi nel nudo. Ha insegnanti da nomi altisonanti che lo segneranno per sempre nella sua produzione artistica. Felice Carena gli insegna pittura, Giuseppe Graziosi la scultura e Celestino Celestini la grafica e mentre approfondisce la tecnica di Leonardo da Vinci, si appassiona ai pittori del Cinquecento fiorentino.

In cielo Fidia, in terra Magnasco.

P.Annigoni

Si pregiava di saper mescolare e rendere attuali gli unici due modelli estetici che contenevano tutto il necessario per una buona arte. L’assoluta bellezza dell’arte classica e la grande sensibilità artistica di Magnasco, un pittore anticonformista ed antiaccademico che ritrae zingari e streghe in ambientazioni riprese dalla realtà ma rese fantastiche in pittura.

Pietro Annigoni si rifugia spesso nelle piccole osterie tra le vie segrete e periferiche della città fiorentina dove si nascondono i richiami a epoche passate, ed ama passare il tempo seduto sulle panchine di una vita al confine, sigillo di quelle esitenze che lui ritrae.

Inizia così la sua ricerca artistica, riportando sulla tela gli ubriachi, i vecchi e i poveri che incontra. Ricerca nei loro visi l’anima profonda e li analizza nei loro movimenti, specificatamente in quel linguaggio inconsapevole dei loro corpi che svela l’essenza umana. Vede in loro l’incontaminata nobiltà d’animo dove la paura unita al coraggio di continuare a vivere nonostante la miseria e il dolore, percorre senza sosta tra euforia e profonda malinconia. Un’altalena che non divorzia mai dalla realtà assumendosi, senza rendersi conto, il peso di tutta la storia e le sue contraddizioni.

Il suo presente è agitato ed il futuro si presenta imperniato sul consumismo e sull’industrializzazione che standardizzerà tutto, persino l’uomo.

Ricordare il ragazzo sdraiato in mezzo a una viuzza affollatissima. Passano oltre, lo scavalcano o lo circondano. Egli cantilena una nenia abbastanza melodiosa, coricato sul dorso, un po’ di fianco, il petto e il ventre repellenti, coperti come sono da grossi tumori violacei e da enormi croste purulenti.

P.Annigoni ,Diario, febbraio 1957

Ed è per questo, forse, che l’artista deposita la sua memoria visiva ed  il suo essere persona partecipe al suo tempo nei suoi ritratti di gente comune. Icone senza tempo ma strettamente legate alla dottrina contemporanea e mostrate nelle sue opere attestando un nuovo cliché, quello dell’usa e getta in cui ciò che non serve si elimina o si accantona.

Un iter che ingloba anche la cultura e la tradizione del passato scordando che ciò che rese grande un’epoca, può cooperare ad arricchire e migliorare tutte gli evo a venire.

Anche i suoi paesaggi rivelano la ricerca interiore espressa tra panorami realisti e sempre colorati dalla sua emozione. La pittura di Annigoni, così come i suoi disegni, ben esprimono il concetto di soggettività nell’arte. Il pittore, nemmeno volendo, può estraniare se stesso da ciò che vede e crea modificando, fatalmente, la concretezza della realtà. Così come lo spettatore quando osserva il lavoro di un artista e lo trasforma attraverso le sue sensazioni, dando origine, inevitabilmente, ad una nuova opera d’arte.

Nel 1932, a Palazzo Perroni, si tiene la sua prima mostra personale, vince il premio Trentacoste e viene subito notato per i suoi ritratti, aprendogli così la strada verso il successo.

Nel 1947 insieme ai fratelli Xavier, Bueno, Sciltian ed altri, firma il manifesto dei Pittori moderni della realtà. Un gruppo, supportato da De Chirico, unito nel rinnegare la pittura contemporanea e controcorrente rispetto al pensiero artistico del momento. Un fronte anti-modernista che non annullava la contemporaneità, bensì l’amalgamava col passato per renderla migliore, con l’impegno di difendere il mestiere artigiano e la tradizione italiana, recuperando tecniche antiche e temi del passato.

Un gruppo però, poco coeso e molto volubile sulle principali posizioni artistico-ideologiche, tanto da portarsi allo scioglimento in breve tempo, nel 1949.

Chiusa la parentesi del manifesto, Annigoni ritorna allo studio della pittura e alla sperimentazione, attività da lui prediletta sin dagli arbori della sua adolescenza. Si prepara i colori da solo con l’uovo e il vino bianco concentrandoli, anche nella più piccola sfumatura, nel cercare di catturare esattamente l’incidenza della luce su di un viso o un corpo. E da buon artista-artigiano è convinto che solo i colori fatti a mano hanno la capacità di riprodurre la luce e trasformarla in lucentezza.

Una caratteristica peculiare del lavoro creativo ed introspettivo dell’artista, che porta i suoi ritratti ad avere un’identità propria, carichi di vitalità infinita mesciata ad un’ unicità che non passa inosservata ai personaggi più importanti dell’epoca.

Annigoni è davvero un artista ed un uomo particolare e la sua via verso il successo non è da meno. A differenza di molti colleghi, viene artisticamente consacrato nel 1949 dopo aver esposto alla Royal Academy  il suo ritratto.

Contattato dalla corte reale inglese, si trasferisce a Londra  per realizzare i ritratti dei membri della famiglia reale.  Nel 1955 ritrae la Regina Elisabetta II.

Credo che Vostra Maestà, in quanto tale, sia un personaggio condannato alla solitudine… Va da sé che, come sposa e madre, è tutt’altra cosa, ma, come Monarca io la sento veramente sola e voglio rappresentarla nel mio dipinto in modo, se mi riuscirà, che risultino evidente la donna, la Regina, e appunto la solitudine. Intendo vederla, nella solitudine piuttosto pensosa e severa, profondamente umana e Regina al tempo stesso, senza ricorrere a corone o altro del genere.

P. Annigoni Diario, 2 aprile 1969, Londra

 

Da quel momento viene contattato da tutti i personaggi che contano sul palco della storia politico-ideologica. Per citarne alcuni,  John Fitzgerald Kennedy, la principessa Margaret, Papa Giovanni XXIII  e Mohammad Reza Pahlavi.

Un cattivo modello il Papa, ma veramente un sant’uomo, direi. Emana da lui una dolce serenità, nonostante le evidenti sofferenze fisiche e non solo fisiche. Con poche parole sa riportarti davanti all’Eterno e ti sa ricordare, come nessuno che io sappia, il «vanitas vanitatum».

P. Annigoni, Diario, giugno 1962

Dal 1966 al 1988 è un susseguirsi d’importanti mostre che lo vedono protagonista, tanto per citarne alcune, quella alla Royal Academy e alla Galleria Cortina a Milano nel 1968 e la rivista Time dedica sette copertine ai suoi ritratti di personaggi che contano nel panorama mondiale.

In quel fiume di esistenza che sussegue tra lavoro e popolarità, qualcosa dentro di lui cambia. Da sempre era alla ricerca della fede e riteneva che la bontà, l’altruismo e la tolleranza fossero i più grandi  valori che un uomo potesse possedere. Conoscerli migliorava la sua vita e quella di chi incontrava. Pietro Annigoni conosceva bene il Vangelo e, plausibilmente,  fu questa ricerca di Dio e dei valori cristiani a portarlo verso quella quiete custodita tra le pareti delle chiese.

Iniziandolo all’arte dell’affresco ed alcune delle sue meraviglie sono visitabili, ancora, nell’Abbazia di Montecassino e nella Chiesa di San Michele Arcangelo a Ponte Buggianese, in provincia di Pistoia. Vi lavorò fino alla sua morte, il 28 Ottobre del 1988,  aiutato da alcuni dei suoi più bravi allievi.

L’ultimo Pietro Annigoni ci lascia di lui una figura vitale e piena di curiosità nei confronti del reale, ma  rinchiusa in un corpo afflitto dalla malattia che, comunque, continua a dipingere insieme a Rossella, la sua seconda amata moglie.

Nelle sue opere inserisce piccoli oggetti con un forte richiamo simbolico che riportano alla consapevolezza della fine quasi imminente. Un libro sacro e dei pennelli sporchi di colore sigillati in una piccola natura morta dedicata alla moglie, oggi visitabile a Villa Bardini, narrano di un uomo che si prepara per un nuovo cammino in cui viaggerà da solo, lasciando i suoi pennelli a chi saprà custodirli con cura.

Segni che testimoniano una persona in continua evoluzione che prova ad immaginarsi in una nuova dimensione, intrappolato nel vortice di una metamorfosi che lo porta ad estendersi nel tempo e nello spazio in cui quel che rimane di un’esistenza è racchiuso in qualcosa di così sfumato che riporta a quei concetti astratti da lui tanto osteggiati all’inizio della sua pratica pittorica ma così necessari quando si percepisce la tangibilità della fine.

Conscio di vedere, finalmente, quell’irreale creativo che lui non ha mai considerato una forma d’arte ma che, nei suoi ultimi anni, assume sempre più connotazione e sentimento.

La nostra psiche è costituita in armonia con la struttura dell’universo, e ciò che accade nel macrocosmo accade egualmente negli infinitesimi e più soggettivi recessi dell’anima.

Carl Gustav Jung 

Gradualmente il suo nome si spegne nel vociare del panorama artistico e solo Firenze pare l’unica a non dimenticarsi mai di lui. Infatti nel 2008 gli dedica alcune sale di Villa Bardini dando vita al Museo Annigoni.

Pietro Annigoni è un’anima sapiente ed irrequieta e a tratti insolente ma molto consapevole di sé e dei suoi limiti. Appassionato dell’arte vera e combattivo verso il dilettantismo e l’inettitudine che il futuro stava elargendo in tutte le esistenze con il veloce sopraggiungere della tecnologia. Attento all’abilità tecnica come valore aggiunto della capacità dell’uomo di usare la sua manualità portando il suo operato ad un livello altissimo e differenziandolo dalla standardizzazione della produzione industriale.

L’inettitudine ha oggi, sembra, acquisito pieni diritti di cittadinanza nel regno dell’arte.

P. Annigoni

Fu un uomo alla ricerca di sé e delle sue emozioni, e la sua arte fu il mezzo per esprimere il valore dell’unicità umana. Mostrata attraverso segni e pennellate di fine gesto con la particolare peculiarità di saper accogliere l’essenza di una sguardo e la dolcezza di un’espressione.

Un artista che non si contrappose mai agli insegnamenti della storia ma le fu un fedele e premuroso compagno.  Capace di amare la realtà con sentimento sincero, standole seduto accanto e ammirando la sua bellezza, sentendosi un uomo fortunato per avere avuto l’ opportunità di assaporare quella rara beltà che rende la vita un posto migliore e degna d’esser sempre vissuta.


Bibliografia:

Diario di Pietro Annigoni e A. Sanna 119 Carte d’artisti Editore Abscondita 1 dic. 2009

Annigoni ritrovato Ugo Longo Edizioni Galleria Levi

La luce e l’arte di Pietro Annigoni Presentazione di Alberto Moravia Editore Enel 1987


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