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Gaston Chaissac, dell’arte della felicità

La felicità secondo Christophe André, medico psichiatra specializzato nella psicologia delle emozioni e appassionato d’arte, è una scelta e la creatività è un potente soccorritore per chi aspira a questa espressione umana tanto ricercata e così idealizzata da non poterla mai raggiungere. Eppure basta circondarsi di selezionate opere d’arte per darle la giusta forma, sentirne il profumo e lasciarsi da lei trascinare con la tipica leggerezza calviniana. André nel suo libro Dell’arte della felicità, crea un museo cartaceo da sfogliare quando si ha bisogno delle giuste indicazioni per percorrere la via verso la lietezza. E con le opere di Gaston Chaissac, è possibile viaggiare verso l’isola della felicità a bordo di un sorriso, anche se ci si trova fra spine e ingorghi.

Di Cristiana Zamboni

“Non aspettare la felicità, non pensarci sempre, ma prepara la sua venuta, la possibilità della sua comparsa.”

Dell’arte della felicità, C. André

Personaggio su sfondo blu Gaston Chaissac 1959 Museo delle Belle Arti, Nantes

Seppur la via dell’uomo sia costellata di desideri e sogni, è quasi sempre incline a evidenziare le classiche voci del bilancio in cui tristezza, paura e rabbia la fanno da padroni. Sembrano a volte, così poco rilevanti le carezze e le vittorie ottenute che, a conti fatti, i ricordi si animano di sconfitte e dolori. E secondo lo psichiatra André, il più delle volte, la risultante è solo il frutto di un’ingannevole percezione della mente umana.

“La felicità non è una fortuna ma un’intelligenza. Che si può apprendere e sviluppare.” 

Dell’arte della felicità, C. André

L’uomo veste la felicità di una moda così effimera, istantanea e soggiogata troppo spesso da un volere a lui esterno, che arriva perfino a dimenticarsi che sia una sensazione solo umana e prescindibile dal suo volere.

“Non possiamo esser sempre felici. Possiamo però, il più spesso possibile, pensare di lasciar la via libera per il ritorno della felicità. “

Dell’arte della felicità, C. André

L’animo umano devolve il dono della felicità ad un dio distratto che poco si accorge della sua esistenza e che in passato l’aveva già tolto ad Adamo ed Eva, legittimandolo dell’assoluto potere di decidere se riconsegnargliela. Oppure lascia che sia il destino o il karma ad assumersi la colpa della sua vita triste e angosciata. Secondo André, parlando di felicità, l’uomo appare quasi sempre predisposto più ad incolpar altri che analizzar se stesso. E se l’infelicità fosse solo un’angolazione un pò deviata di guardare la propria realtà?

“Il Paradiso terrestre è dove mi trovo.”

Voltaire

Sfogliando le opere d’arte scelte da André e leggendo le sue parole appare subito chiaro come la felicità sia solo uno stato mentale, uno stato d’animo, una decisione e una volontà che dipende solo da noi stessi. E scegliere di custodire un dolore tenendolo sempre pronto nel taschino interno della giacca, piuttosto che gettarlo in mare lasciandolo libero di evaporare, è uno di quei peculiari amuleti a cui, troppo spesso, è impossibile rinunciare. La tristezza é di frequente percepita dall’essere umano come una fonte inesauribile di vita ed attraverso il dolore, si sente esistente.

“Vivere è la cosa più rara al mondo. La maggior parte delle persone esiste, questo è tutto.”

Oscar Wilde

 

Certo, le parole sono facilissime da scrivere, e tra il dire e il fare è inevitabile che vi sia di mezzo mare, soprattutto in una stagione come questa che apre le porte a uno dei momenti più goderecci e liberi dell’anno. Ma l’arte è sempre a disposizione, sopravvive alle intemperie e al solleone e prosegue nei secoli riportando inesauribili possibilità che il tempo regala, e sembra voler incitare l’uomo a scegliere di cambiare strada, lasciando la semplice e monotona via che ben conosce, per una sì sconosciuta e tortuosa, ma di sicura letizia. Ed è indiscutibile il potere emozionale e sensoriale delle opere d’arte sull’intimo profondo di chi osserva.

“L’arte non riproduce ciò che è visibile, ma rende visibile ciò che non sempre lo è.”
Paul Klee

E se per Turner l’arte è fonte di conoscenza del potere e della bellezza della natura che ci circonda, per Modigliani lo scrigno di una sensibilità tutta al femminile e per Botticelli l’allegoria per eccellenza di uno dei periodi storici culturalmente più fecondi di sempre, per Gaston Chaissac è il sorriso dei suoi soggetti la vera risposta alla domanda, dove si trova la felicità? 

Gaston Chaissac non è certo l’uomo agiato e fortunato a cui fare riferimento eppure, attraverso la sua pittura, mostra a chi guarda, come la felicità sia solo una conquista interiore tutta personale e soggetta all’individuale volontà di ottenerla ed essere davvero felici. Ci mostra come l’arcaica convinzione che tutto ciò che ci capita sia per il libero arbitrio del destino o karma che si voglia, e come questo freghi l’uomo e lo incastri in una culla fatta di tristezza e malinconia. Per l’artista la felicità è una scelta e la sua vita lo insegna pennellata dopo pennellata.

 … Mia moglie è carina – il mio cavallo nervoso – galoppa il prato – sotto un cielo brulicante. Ma il mio calzino di lana – riempie molto morbido – non è meraviglioso – ma il sidro è morbido. E la terra mi chiama – per essere amata – me la dono – per l’eternità.

Ippobosque il boschetto di Gaston Chaissac

Gaston Chaissac nasce il 13 agosto del 1910 ad Avallon in Francia e studia arte solo come autodidatta supportato da due artisti vicini di casa, Otto Freundlich e Jeanne KosnickKloss, già noti per la loro adesione alle avanguardie di Montmartre con la loro pittura costruttiva e amici di Picasso e Kandinskij. I genitori erano persone molto semplici, il padre lavorava come calzolaio e la madre lo aiutava e faceva lavori saltuari. Frequenta le scuole in modo scostante a causa della sua fragile salute. Molto attaccato alla figura materna, con il padre ha un rapporto abbastanza difficile e scostante.

A soli dieci anni i genitori si separano e a tredici anni lascia definitivamente il suo percorso di studi per lavorare ed aiutare la madre a sostenere economicamente la famiglia. Si prodiga in lavori molto umili e saltuari e quando nel 1931 muore sua madre e sua sorella si separa dal marito, si ritrova senza una casa e pendolare scontento tra Parigi e la provincia.

Nel 1937 riesce a trasferirsi definitivamente a Parigi e conosce i due pittori, vicini di casa, che lo seguiranno per tutta la sua carriera artistica e, osservando gli schizzi del giovane Gaston, ben comprendono come l’arte stia germogliando fra le sue mani. Messo a conoscenza delle basi sul disegno, la sua pittura prende una piega rivoluzionaria. E proprio quel suo essere scevro di insegnamenti accademici e regole costruttive, rende la sua indole artistica ricca di una vena totalmente spontanea e nuova.

“Ma dove si trova la felicità?”
“Nei posti belli, nelle tovaglie di fidanzata, nei vini buoni, nelle persone gentili”

Cit. dal film “La pazza gioia”

Ogni sua opera è unica e caratterizzata da uno spirito libero e da un segno che, proprio perchè apparentemente infantile, esplica tutta la fantasia raggiante che l’artista tiene rinchiusa in quel corpo gracile e sempre malato. I suoi disegni profumano di fresco e leggerezza e i suoi soggetti sorridenti, regalono all’osservatore gioia e positività.

Gaston Chaissac, Sainte Florence. Photo Robert Doisneau  www.gaston-chaissac.org

Nel 1938 viene ricoverato per una tubercolosi grave ma riesce comunque ad esporre una sua personale alla Galleria Gerbo di Parigi ottenendo un grande successo di pubblico. Chaissac è, nonostante tutto, un uomo sereno e sempre propositivo con una grande voglia di comunicare col mondo che lo porta a conoscere Camille Guibert proprio durante una mostra organizzata nel sanatorio dove si sta curando.

Era un momento complesso per l’arte e si percepiva nell’aria un grande bisogno di cambiamento, l’accademicismo intrapreso da alcune correnti si oppone fortemente a quella nuova concezione creativa che intendeva l’arte come una rivoluzione concettuale del segno e della realtà. Così, spontaneamente ed un pò inconsapevolmente, nasce un movimento artistico nuovo e per niente affine ai precedenti definito Art Brut, e Chaissac vi aderirà senza nemmeno accorgersene.

“Sono sempre stato perseguitato dalla sensazione che il pittore abbia molto da guadagnare dall’usare le forze che tendono a lavorare contro la sua azione.”

Jean Dubuffet

Un movimento fondato nel 1945 da Jean Dubuffet e chiamato in Italia Arte Grezza , che raggruppa tutti quegli artisti autodidatti e non prefessionisti che provano a fare arte nelle case di cura, ospizi, manicomi e prigioni. Un pò l’arte terapia attuale, consigliata ed esercitata per dare libera espressione a persone impossibilitate per motivi di salute e con handicap fisici e mentali.

“La vera arte è colomba nessuno se lo aspetta, colomba nessuno ci pensa né pronuncia il suo nome. L’arte è soprattutto visione e visione, molte volte, non ha nulla in comune con l’intelligenza né con la logica delle idee. “

Jean Dubuffet

La creatività scelta da Dubuffet è senza alcuna regola accademica e senza studio, limitata esclusivamente allo spirito e alla fantasia di chi si diletta con la creatività per svariati motivi, tra cui il grande benificio psicologico che la pratica della pittura e del disegno, ha sulla salute sia fisica che mentale. Una produzione creativa molto variata e spontanea che non segue la lettura del mercato e non è corrotta dall’ego individuale dell’artista.

Pennellate atte ad esprimere solo puro sentimento ed espressione caratterizzate da un linguaggio di segno completamente nuovo e indipendente.

“Con un’opera d’arte bisogna avere il comportamento che si ha con un gran signore: mettervisi di fronte e aspettare che ci dica qualcosa.”

Arthur Schopenhauer

Il percorso artistico di Gaston Chaissac, così come la sua salute e nel complesso tutta la sua vita, è fonte di cocenti delusioni. Un’ampia parte della critica è contraria a questo nuovo movimento e poco incline all’artista lasciandolo spesso escluso d’eccezione da grandi mostre e collettive. Eventi che lo segnano profondamente ma che, nel suo intimo, seguono un percorso totalemente contrario a quello della cosidetta normalità.

Per lui questa lotta verso l’autenticazione della sua vena creativa è accrescimento per la sua volontà a far sì che tutti i suoi desideri si avverino. E’ una spinta verso un domani sempre migliore e anche se la salute lo porta ad isolarsi dal mondo, lo aiuta a comprendere il potere delle sue mani e della sua intenzione nell’ottenere ciò che desidera.

“La felicità è accarezzare un cucciolo caldo caldo, è stare a letto mentre fuori piove, è il singhiozzo dopo che è passato.”

Charles M. Schulz

In un’alternarsi tra battaglie, delusioni e piccole vittorie sulla tela, Chaissac scopre il suo folle amore nei confronti della vita. Si reputa un uomo fortunato per aver avuto il grande affetto di sua madre, la compagnia di una sorella e l’amore di Camille, sempre devoto e complice. Sente che la sua felicità interiore cresce ogni giorno di più e comprende che tutto dipende da lui, da come osserva il mondo e, soprattutto, da come percepisce la morte che il 7 novembre del 1964 lo passa via con sé.

Christopher André, inserisce nel suo museo cartaceo che insegna l’uomo ad essere felice, l’opera Personaggio su sfondo blu dipinta dall’artista nel 1959. Un omino stilizzato che guarda l’osservatore e gli sorride con la stessa spontaneità di un bimbo e lo incita a fare altrettanto.

“Ogni minuto che passi arrabbiato, perdi sessanta secondi di felicità.”

Ralph Waldo Emerson

Per quanto riguarda i problemi, i dolori, la solitudine e i fallimenti della vita sono solo alcuni pioli di quella scala da salire per arrivare alla completezza dell’esistenza. Imparando passo dopo passo a lasciar andare i ricordi negativi trattenendo solo quel che di buono succede nel lungo cammino di ognuno. L’arte di Chaissac invita chi guarda a spendere se stessi per ottenere ciò che si desidera, senza mai abbandonare la speranza di un giorno migliore. Mostra come guardare il tutto da un’angolazione diversa, più leggera e spensierata. Insegna ad accettare ciò che di sbagliato arriva perchè è il giusto antidoto verso il non sapere e la spinta necessaria verso la felicità reale.

“Le cose più importanti per essere felici sono l’avere qualcosa da fare, qualcosa da amare e qualcosa in cui sperare.”

Joseph Addison

Un uomo che, nonostante le reali mancanze e i grandi dolori, è stato capace di amare ed amarsi ogni giorno della sua vita  e al lei ancorarsi come un bimbo al suo gioco preferito. Un’esistenza spesa a combattere contro l’avversità e alla tendenza a lasciarsi andare alla sofferenza, perché la vita è un dono perduto se non l’hai vissuta come avresti voluto.


Bibliografia:

Dell’arte della felicita di Christophe André ed. Corbaccio

Hippobosque au bocage, Gallimard, 1951 (rééd. 1990)

Corrispondenze 1946-1964, Jean Dubuffet – Gaston Chaissac, Ed. Andre Dimanche, 2013


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